ho pensato a lungo

sul da farsi. su cosa o meno pubblicare sul mio blog, quale con quale concetto creare questo tipo di contenuti. una forzatura frutto dell’epoca moderna, credo. in fondo, a me è sempre piaciuto vedere la carta, o una pagina bianca (come quella su cui, dalla mia tastiera semi-silenziosa, scrivo ora) come qualcosa che contenga una sorta di potenziale universale. per scriverci qualche appunto su modelli statistici, un pensiero che mi martella dentro da quando mi sono svegliata la mattina, oppure queste parole concatenate, senza maiuscole, perché oggi ho deciso di contestare queste formalità ancorate nelle più remote delle mie abitudini. a questo punto, avrei potuto cambiare nome del mio blog. chiamarlo, in uno slancio di inoriginalità, semplicemente

“pagina bianca”.

ma ricordo di aver tentato di scrivere un testo (in realtà, più un meta-testo) a riguardo, e di aver pubblicato la versione inglese di un’altra mezzapoesia con lo stesso titolo. insomma, per evitare quest’ambiguità ingombrante, direi che ce ne restiamo qui, a casa. a casa mia, ma non nel senso da dove scrivo ora, seduta su una sedia d’ufficio che mi sono vista costretta ad acquistare sei mesi fa. no. vi scrivo dalla mia casa mobile, il mio cervello sovraeccitato che salta di palo in frasca e che lascia la mia mente razionale atterrita al solo pensiero di dover, una dopo l’altra, inseguire le idee che mi sono venute, quasi cercasse di tenere il velo troppo lungo di una sposa, per evitare che tocchi terra, inciampando in radici di bosco che emergono magicamente tra le crepe dell’asfalto semitiepido in città, un giorno d’aprile come oggi.

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