sensato

Avevo l’impressione che ci conoscessimo da sempre. Non dovevo impegnarmi a dissimulare parti di me che non sarebbero state capite — o, peggio ancora, che non sarebbero piaciute –, a filtrare le mie parole, le mie reazioni. In quel contesto, ogni mia azione aveva un senso, e suscitava una reazione che aveva senso. E finalmente io riuscivo a capirci qualcosa di quello che, con i nostri movimenti e le nostre frasi reciproche, stavamo cercando di comunicarci. Eppure, non avevo intenzioni precise. Non so chi le abbia, del resto, quando si incontra qualcuno per caso, e si spende qualche momento “sensato” insieme.
Forse, ciò che mi ha spiazzata di più è stato il fatto che lui sembrava conoscere le mie risposte meglio di me. Mi piaceva pensare di avere una scelta, di poter dire “no”, o “ciao, io vado”. Ma non importava cosa dicessi, perché il vero senso di ciò che avrei voluto dire trapelava chiarissimo, indipendentemente da cosa uscisse dalla mia bocca.

Guidammo le nostre bici parallele per un pezzo
parallele al viadotto
oltre il fiume
fino a salire un pochino la montagna.
Parlammo un po’ di luci, di odio, di come si arriva a casa.
“Io qui vado a sinistra”, dissi finalmente
ormai senza fiato perché io la bici così veloce non la guidavo mai, e in salita non mi faccio problemi a spingerla. E fu un momento di silenzio, poi di vaghi saluti,
ma avevo caldo, era tardissimo e io volevo solo farmi una doccia.
E in quella vaghezza si persero i miei ricordi
e non ricordo più nulla ormai se non la vaghezza stessa.

In un certo senso, spero che sia bastato.

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