Essere toccati da eventi della vita. Da persone che non conosciamo, o di cui ignoriamo la maggior parte delle informazioni. Eppure. Ci colpiscono il loro aspetto, il loro sguardo. Il modo in cui si formano rughe d’espressione sui loro volti ormai abituati alle cose belle e dolorose della vita. Le ombre che la luce disegna sulla loro pelle, mentre siedono in un angolo in penombra. Il modo in cui fa più effetto incrociare un paio di occhi scuri e profondi che di toccare le dita affusolate di una mano grande. E poi la distanza incolmabile che si ingrandisce tra due individui che per forza di cose (concrete e non) iniziano ad allontanarsi. Dapprima in modo cosciente, e poi sempre più inevitabilmente fino a ritrovarsi come sconosciuti di fronte alla persona alla quale si aveva rivelato un fazzoletto di anima, un attimo più o meno lungo della propria vita con una sincerità che vi pareva assoluta, ma che non era se non l’ennesima versione di una verità che non sapevate più come raccontarvi, e che in un certo senso eravate stanchi di ripetere.
E dunque smatassando garbugli di identità di fronte a ciò che del mondo ci tocca, troviamo di nuovo noi stessi e ci riformuliamo come prodotto delle nostre esperienze e delle nostre impressioni. È quell’attimo di consapevolezza profonda che ci fa venire voglia di catturare un sentimento preciso di commozione e partecipazione, che ci fa scavare dentro di noi per dare un senso a ciò che sta fuori e che ci parla. Attraverso di noi. A noi. Per poi rimettere tutte le parole in fila con un nuovo senso, e scoprire una nuova dimensione di sé.