Qualcosa che si prova solo col passare del tempo. Un processo di parziale “defamiliarizzazione”, di estraniamento, di allontanamento inesorabile.
Mi piace misurare la distanza in modi non convenzionali:
quando mi stuferò di quel bicchiere mezzo pieno sul tavolo della cucina?
quando cambierò gli asciugamani?
quando deciderò di chiudere quella porta?
oppure:
quando inizierò a sentire uno slancio costante verso gli eventi semi-prevedibili della vita?
quando mi sembrerà che tutto si sia rinormalizzato in un nuovo sistema di riferimento?
quando dimenticherò i piccoli dettagli dolorosi del passato? o quando smetteranno di farmi male?
quando girerà il sole che illumina le stanze del mio passato, come cambieranno le ombre degli oggetti che vi ho sistemato? quali nuove prospettive nasceranno come risultato di questo insistente avanzare del tempo, del cambiamento interiore ed esteriore?
Ho quest’immagine in testa: la distanza non è altro che un essiccatore, un filtro potente che prende le nostre esperienze e i nostri desideri, li passa attraverso il processo del tempo e della relativizzazione e ci lascia, infine, con qualcosa che siamo in grado di accomodare nelle nostre vite, nelle nostre anime, senza che le cose che già vi alloggiano debbano farsi da parte per creare spazio, senza che vengano schiacciate da impressioni troppo fresche, troppo ingombranti, troppo impermanenti, troppo a lungo.
Come un fiore seccato tra le pagine di un quaderno, ridotto ad un fragile ricordo bidimensionale
o la presenza inebriante di qualcuno che ci ha sorpresi e desideriamo vedere di nuovo, subito, appena possibile, inseguendo contesti e situazioni che non potranno mai ripetersi se non attraverso il ricordo di un passato che si allontana a vista d’occhio
o il desiderio urgentissimo di avere bisogno di una certa cosa, e di non poter essere ciò che vogliamo senza di essa
come un piumino arrotolato dentro ad un cassetto, insieme ad altri piumini. Più piumini di quanti ce ne starebbero se non fossero arrotolati.