Mi chiedevo che cosa mi avesse fatto cambiare rotta, quel pomeriggio, cercando di etichettare qualsiasi cosa mi si parasse davanti. Può darsi che non avessi abbastanza energia per vivere con la consapevolezza di non saper descrivere le diverse parti della mia vita in modo che gli altri potessero capirle. Può darsi che cercassi di rifugiarmi nel conforto di concetti noti, famigliari, accoglienti. Che avessi bisogno di pareti per sentirmi al sicuro, e non completamente scoperta, sull’orlo di un precipizio concettuale imminente.
Ponevo domande volte a misurare dove potessi disegnare i contorni delle mie esperienze, volendo evitare l’imperdonabile errore di varcare linee che non erano mai state tracciate, ma che temevo esistessero a prescindere dalla loro esplicitezza. Certo, sapevo che ognuno di noi ha delle linee interne che cambiano in continuazione, e che per certi versi rimangono le stesse, e si assottigliano o inspessiscono per resistere all’interazione col mondo. Sono linee che ci proteggono, e che servono ad essere superate affinché noi superiamo noi stessi.
Dunque, chiedevo. Misuravo le dimensioni dell’intimità usando un contrasto incompleto e decisamente non calibrato, attraverso domande che si basavano sulla mia percezione passata delle relazioni umane, e non sulla dimensione nuova che stavo cercando di costruire, e che cocciutamente mi ostinavo a sostenere esistesse, da qualche parte, in un luogo che mi ero dimenticata di visitare. Mi ritrovavo dunque a perpetrare inconsciamente un passato che sentivo di dover rifiutare con ogni atomo del mio essere, magari per perdonare errori futuri: sarebbe stato più facile lasciare passare sbagli fatti in buona fede, risultati da un’ingenua inesperienza tinta di pallido, slanciato ottimismo, piuttosto che accettare di essere governata dalle ombre delle mie azioni passate, me stessa triste burattinaia del mio “io” nel presente, a ripercorrere sentieri conosciuti e solcati da impronte fin troppo famigliari, a tracciare nuove abitudini che di nuovo, in realtà, non avevano proprio nulla, ma anzi erano meri riflessi storpiati di sagome che conoscevo fin troppo bene.