di lì a

Armando mi avrebbe chiamata di lì a due minuti. Nel frattempo, sentivo i palmi delle mie mani accaldarsi, ma non osavo sfregarli per paura di sentire la presenza del sudore appiccicoso. Certo, si era premurato di avvertirmi, mi aveva detto che doveva andarsene per qualche minuto, che non c’era fretta e che avremmo ripreso la conversazione più tardi (precisamente, dieci minuti più tardi, dieci minuti che io contavo con ogni neurone del mio cervello, magari troppo veloce, confrontando i miei risultati con quelli dell’orologio del forno in cucina, mentre muovevo il mio peso da un gluteo all’altro sullo sgabello, pensosa, nervosa, e un po’ scocciata). Mi chiedevo cosa fosse più importante della nostra conversazione. Di partecipare a quello scambio terribilmente sincero, un po’ difficile, decisamente necessario. Perché qualcos’altro, invece, non potesse aspettare, ma esigesse la sua completa attenzione immediatamente. Qualcosa che non fossi io. Mi sembrava di presagire tutto il nostro futuro in quel suo atto così istintivo: “Scusa Anna, ho bisogno di fare una cosa, ti richiamo fra dieci minuti, va bene? Così continuiamo a parlare con calma”. Temevo che questa sarebbe stata la prima di tante volte in cui mi avrebbe rimandata a più tardi, ed io avrei aspettato, coi palmi caldi e sudati appoggiati sulle gambe, quasi tenessi delle sfere immaginarie nelle mie mani nervose. Perché. Questa domanda riecheggiava fortissima e sovrapposta nella mia mente ormai vuota. Cosa. Un minuto, ancora, di attesa. Fissavo il timer del forno con occhi fissi, fino al momento in cui non vedevo più i numerini spigolosi e luminosi dell’ora, ma solo macchie di luce e colori che si perdevano in qualche luogo sconosciuto del mio cervello.

Squilla il telefono. Non sono passati nemmeno dieci minuti, non dieci minuti interi, almeno. Prima di rispondere, mi chiedo se desidero davvero continuare la conversazione o lasciare cadere tutto, fuggire lontano, senza lasciare spiegazioni, facendolo dubitare, a distanza di anni, che io sia mai davvero esistita. Cancellare ogni mia traccia dai posti che abbiamo frequentato insieme, seppur per poco tempo. Scomparire.

“Sì, dimmi”, rispondo. Un po’ arrabbiata, perché io ho aspettato, e adesso è lui che deve riprendere il discorso.
“Ecco, scusami. Dovevo andare in bagno, non mi sono sentito bene di stomaco, ma adesso è tutto a posto.”
“Stai meglio?”
“Sì, ora che possiamo parlare sto meglio.”
L’ennesima lusinga volta a deragliare il mio sguardo attento, il mio istinto affilato e un po’ troppo premuroso, corazzato di una cautela frutto di numerose ferite subite del tempo, dalle quali non ho mai avuto l’impressione di essere davvero guarita?
Forse, forse no. Di lì ad esserne sicura, c’è solo uno sconfinato mare d’incertezza.

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