Rosaria sapeva che non avrebbe dovuto prendersela con sua zia. Conosceva a memoria i profili dei fatti, li rivisitava con razionalità forzata, nello stesso modo in cui si percorre a piedi il profilo di una lunga valle che conosciamo come il palmo della nostra mano, ma che ci annoia all’inverosimile. A volte, ricordando un dettaglio perso nella sua memoria, qualcosa che era sfuggito ai resoconti triti e ritriti che aveva somministrato fin troppo generosamente ai suoi parenti, le veniva una brevissima fitta di panico, il dubbio di non aver considerato ogni cosa, e la possibilità che proprio quel frammento d’informazione celasse la chiave del suo rancore. Perlopiù, anche questi piccoli addendi, appendici di un evento che già si stava sfilacciando nel passato, eroso dal tempo che passa, non l’aiutavano granché. Cercava spiegazioni nei fatti, ma di fatto non riusciva a trovarne, e più continuava quella ricerca ormai disperata, più si muoveva in un mare mosso, buio, senza nemmeno un faro ad illuminarlo ad intervalli regolari, per una frazione di tempo sempre troppo piccola.
Fu un martedì sera, mesi dopo, che si accorse per la prima volta di non aver pensato a quella faccenda da qualche giorno. Si sentì in colpa. Ricordò i suoi sforzi, il perenne ronzare intorno a qualcosa che non le dava pace, o al quale lei non sapeva dare pace, fino a raggiungere uno stato d’animo paradossale in cui quel nodo concettuale le si era connaturato, ma in maniera brutta, pesante, disgraziata. Le vennero in mente i calli che aveva avuto sulle braccia, poco sotto i gomiti, quando aveva passato molto tempo con le stampelle. Pensò all’utilità di quelle protuberanze occasionali, e non riuscì a ricordare quando fossero scomparse, o quando se ne fosse accorta. Tutto si perdeva in un deserto temporale che cambiava troppo in fretta, governato da folate di vento distruttive e liberatorie, o fermo come mare di calma piatta assoluta.