riflessioni sulla pluralità istintiva

Spreco molto tempo a ripudiare riflessi pseudo-altruisti (in realtà, piuttosto autodistruttivi). Per esempio, so che dovremo svuotare l’ufficio perché la pavimentazione verrà sostituita. Dovrei pensare solo alle mie cose: i miei libri, i miei appunti, le mie centomila tazze, le tavolette di cioccolata mangiate a metà, le scorte di pane tedesco per la colazione, anche se poi finisce sempre che mangio qualcos’altro. I calzini di ricambio per i giorni di pioggia, cinque borse di tela, innumerevoli matite, penne, graffette. Sono già molte cose, e di queste molte cose sono io la responsabile.

MA.

Ma i miei colleghi sono all’estero.
Ma chi si prenderà cura di impacchettare le loro cose.
Ma cosa succederà se nessuno si impegnerà a farlo, se non “ci” organizziamo per tempo.
(Ma da dove viene questa pluralità istintiva?)
Ma forse potrei offrirmi di aiutarli, dare una mano, spingerli a pensare con un po’ di anticipo e non lasciare che la loro scarsa organizzazione si ripercuota su coloro che sono effettivamente presenti in ufficio.

MA.

Sono pensieri che mi nuocciono, perché prendono il mio tempo, le mie energie, i miei pensieri, spazio nel mio cervello, le mie dita che si muovono alacremente sulla tastiera. Mi ritrovo cercare la chat del nostro ufficio, in cui nessuno ha scritto da mesi, da quando ce ne siamo andati tutti in città diverse a fare lo stesso lavoro che avremmo anche fatto qui, o quasi. Mi ritrovo a scrivere un messaggio che non può essere diretto, del tipo “voi come vi organizzate per inscatolare le vostre cose?” perché non ci sentiamo da troppo tempo, devo almeno chiedere come stanno, se va tutto bene, cosa faranno d’estate, magari qualche settimana di vacanze? e poi, solo dopo aver esaurito i riti di buona educazione, posso iniziare a pensare per loro, posso spronare delle riflessioni che loro non avrebbero sentito la necessità di fare con tanto anticipo, o con tale senso di collettività. Insomma, posso servire loro su un piatto d’oro un favore che nessuno mi aveva chiesto di fare, e cioè di occuparmi di tutto, io, da sola, ormai nemmeno più pagata, perché insomma capisco bene che da Amsterdam o Copenaghen sia difficile organizzarsi altrimenti.

Incredibile ma vero, smetto di scrivere il messaggio, cancello la bozza, chiudo l’applicazione, e penso “che si arrangino”, come del resto ho sempre imparato a fare anche io, che mi occupo di me e anche di molte altre persone anche se nessuno me l’ha mai chiesto. Non è nemmeno una questione di gentilezza (ci mancherebbe, se mi chiedessero di aiutarli farei fatica a dire di no, che è un altro dei miei molti problemi), non è nemmeno una questione di farsi i cazzi propri. È una questione di auto-preservazione, di sopravvivenza mentale, di gestione delle proprie risorse. Perché ci mancherebbe altro, a me piace fare regali, soprattutto quelli invisibili di cui le persone raramente si rendono conto, mi piace rendere la vita facile a tutti

MA

oggi ho deciso di no.

MA

poi mi chiedo: diventerò una brutta persona se smetto di preoccuparmi per gli altri? Diventerò egoista se mi alleno regolarmente ad esercitare i miei limiti, a definire i contorni di me stessa, attorno a me stessa, affinché io possa continuare ad esistere incolume, catapultata attraverso la vita e le sue insidie, i miei dissidi, e i problemi degli altri? Decido di no. Decido che finché continuo a dare anche solo l’1% agli altri, non posso essere considerata egoista. Tanto, (purtroppo,) con me non c’è pericolo. L’1% di moltissimo è comunque molto.

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