diario femminista #1

oggi, per la prima volta dopo un anno e mezzo da quando ho iniziato un percorso di psicoterapia, ho provato a parlare di femminismo con la mia psicoterapeuta. tenevo dentro di me l’ipotesi, il dubbio, la volontà, di voler collegare le mie esperienze, il mio modo di occupare – o non occupare – questo mondo non solo in quanto persona con un passato “difficile” (chi, del resto, non ha un passato perlomeno complicato?), ma in quanto donna.

vorrei dire che non so come siamo scivolate su grandi macigni che da sola io non so come ribaltare, ma solo aggirare:

1. che non siamo mica in India, dove le donne *davvero* vengono discriminate, addirittura uccise in quanto donne — ma vogliamo parlare delle discriminazioni sottili, che hanno infiltrato la trama della nostra quotidianità, che per anni ci raccontano una storia, e pretendano che sia la nostra? e poi, il femminicidio esiste dappertutto, anche qui in svizzera
2. che anche gli uomini subiscono discriminazioni, sono soggetti a stereotipi, ideali di bellezza, ruoli di genere, che anche per loro esistono scelte difficili, per esempio scegliere di fare danza o teatro invece che giocare a calcio — è vero, non ho mai detto il contrario, io però volevo parlare di me stessa, di me in quanto donna, volevo avere questo spazio mio, quest’ora già troppo contaminata da presenze maschili ed essere libera di escluderle, queste presenze, per una volta, senza che mi venisse ricordato che anche loro hanno diritto di esistere
3. che non tutti gli uomini sono così — neppure questo l’ho mai detto né implicato, e infatti non volevo parlare degli uomini che non sono così, ma proprio di quelli che lo sono, e ai quali per forza di circostanze mi sono avvicinata, con i quali ho condiviso momenti che mi hanno segnata profondamente, e che tutt’oggi, a distanza di dieci anni, lavorano e scavano dentro di me

e invece so esattamente com’è successo, e so che la mia ora è volata mentre cercavo di districare con attenzione e cura infinite, badando bene a non commettere imperdonabili errori di definizione, i grovigli di concetti e assunzioni che rimbalzavano tra me e la mia psicoterapeuta con calma lentezza, serena pazienza, sapendo che sarei tornata a casa sulla mia bici in preda a rabbia e frustrazione, e che queste sensazioni mi avrebbero accompagnata per le prossime ore.

una volta a casa, mentre lavavo la mia bicicletta, togliendo lo sporco di molti chilometri, la polvere nera della città, il nettare appiccicoso dei pollini, mi rigiravo dentro queste parole.

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