diario femminista #2

Da qualche settimana rigiro tra le mie mani un pensiero, o forse un’ipotesi, un modo per spiegare tante cose (perché devo sempre trovare una giustificazione a tutto? Forse anche questo è l’ennesimo sintomo dell’essere stata educata ad essere donna) che fino a poco tempo fa erano state consapevolezze che mi ero portata dentro per anni.

Ricordo ancora le lezioni di francese al liceo, in cui leggemmo e studiammo autori (uomini) “engagés”. Mi feci dunque l’impressione (confermata poi da altre letture, altre lezioni, altre storie) che l’opera letteraria fosse necessariamente legata all’azione politica, e che anzi, non esistesse opera letteraria degna di questo nome che non avesse valenza politica.

Ai tempi del liceo, io mi sentivo molto poco politica. Di politica, a casa, non avevamo mai parlato, e oltre al sospetto di essere vagamente di sinistra (come tutti e tutte, del resto, al liceo), non ero mai riuscita a capire che cosa ci fosse di così infervorante nella politica. Giacché ero appassionata di scrittura, ma non appassionata di politica in alcun modo, avevo sempre creduto che non avrei mai potuto scrivere nulla di particolare valore né interesse. Qualsiasi serie di parole, frasi, paragrafi, che sarei mai riuscita a mettere insieme, sarebbe stata un’opera fine a se stessa, un esercizio puramente estetico – ma non sarebbe servita mai a nulla.

Non solo non riuscivo ad appassionarmi di politica, ma facevo anche fatica ad appassionarmi di storia: seppur mi sembrasse di capirne i meccanismi, non riuscivo mai a ricordarmi nulla. Mi sembrava che la storia mi scivolasse addosso come qualcosa di inevitabile, ma che non mi riguardasse, che non sarebbe mai stata per me, e viceversa, io non ne avrei mai fatto parte. E così come la storia, la geografia, la filosofia, avevo impressione che moltissime delle cose che mi venivano insegnate non mi riguardassero per nulla. Ero studiosissima, ma apatica. Non mi interessavo davvero di quello che studiavo, ma mi piaceva ottenere buoni voti. Per moltissimi anni della mia vita, ho continuato a studiare in questo modo sterile.

Le persone appassionate di qualcosa – qualsiasi cosa – mi hanno sempre affascinata. Volevo sapere come essere come loro, ma non volevo essere loro. Volevo essere me. Cosa, dunque, mi appassionava? Scrivere, sopra tutto. Usare il mio cervello, ma nel modo che interessava a me, risolvendo problemi complicati, dei quali capivo il valore e la funzione nel mondo.

Da qualche mese, mi definisco femminista con ferocia e fierezza, ed è la prima volta che in vita mia mi sento inevitabilmente politica, e non desidero scansare questa nuova dimensione delle cose. Anzi, attraverso il prisma dello sguardo politico e filosofico femminista, vedo parole, azioni, gesti, assumere nuove dimensioni, che forse erano sempre state lì, ma che io non avevo saputo cogliere.

Il femminismo è il modo in cui io sono riuscita ad allacciarmi al mondo, ad osare farne parte.

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