la stanza segreta

Ad un certo punto,
respirando nella stanza calda e affollata,
sentendo il suo ginocchio premere contro il mio
e cogliendo
con la coda dell’occhio
la sua testa che si rovesciava all’indietro
udendo
le sue risate soffocate fino a ridursi ad un
silenzio eloquente e pieno di respiri,
ebbi paura che di lui mi avrebbe dato fastidio tutto.

Che da un giorno all’altro mi sarei svgliata
e l’avrei visto davvero,
in tutta la sua grottesca umanità,
che mi sarei girata a guardarlo e avrei scoperto di non sopportarlo più,
così, di colpo.

Ogni sua espressione
ogni sua parola – pronunciata con quella sua voce fresca –
ogni gesto minimamente calmo o nervoso
– il modo in cui si sistemava i capelli con un
gesto esperto della mano –
mi sarebbero risultati intollerabili.

In questa realizzazione improvvisa avrei scoperto
di non averlo mai davvero sopportato:
mi si sarebbe rivelata una dimensione nascosta della mia vita
– la porta su una stanza segreta della quale,
per ragioni più o meno ovvie e palesi,
avevo a lungo ignorato l’esistenza.

La mia vita stessa mi sarebbe parsa una menzogna,
e il posticipare
questo stato di lucidità
sarebbe stato un inganno che avevo eseguito con grande maestria,
passando molto tempo ad orchestrare
elaborate missioni per convincermi che le cose stavano
in un certo modo,
quando la realtà
era invero
ben diversa.

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