Facevamo questo gioco, in treno: prima ero di malumore io,
poi lo eri tu.
Il tuo malumore, nonostante tutto, mi faceva piacere:
significava che t’importava.
Certo, lo sapevo, ma non volevo solo saperlo,
volevo sentirlo, prima di tutto.
Al tuo malumore rispondevo con pazienza pacifica,
quasi divertita,
ero contenta di riconquistare la tua approvazione,
o un sorriso che avevi cercato di trattenere troppo a lungo.
Il tuo malumore pareggiava i conti che il mio sbilanciava;
lo provocavo quasi apposta
incapace di ricevere tanto amore senza vincoli –
capace solo di dare amore senza fine,
senza aspettativa alcuna.