poesia veloce #5

mi piace
accendere un fiammifero così:
tenere una scatolina di carta tra le mani
lasciar scivolare il dentro attraverso il fuori
estrarne un pezzettino di
legno lungo,
con una punta di zolfo colorato,
tenerlo tra le dita,
sfregarlo con decisione al lato della scatola per accenderlo,
ma con delicazetta, affinché non si spezzi.

Zolfo contro fosforo in un odore
che si dissipa in fretta nell’aria della stanza,
poi,
una fiamma piccola,
poi grande, che divora il legno sottile,
che avanza un relitto nero,
fragile,
di fibre di polvere.

Durante quella trasformazione mi perdo,
dimentico come si spegne la fiamma,
temo che raggiunga la pelle delle mie dita e soffio,
un soffio senza fiato,
poi uno più forte ed improvviso,
ed il fuoco si trasforma in fumo,
e lo scuro e il chiaro del legno finalmente si baciano.

Quando ripongo il fiammifero mezzo bruciato insieme ad altri fiammiferi esausti, mi sembra di poter misurare la lunghezza dei miei polpastrelli. I fiammiferi che brucio io si assomigliano tutti. Parlano del mio fiato e delle mie paure, e del fatto che, forse, non c’era necessità di accenderli affatto.

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