Stamattina c’è stata molta pioggia, ho avuto molti pensieri mentre l’acqua mi bagnava le calze e mi gocciolava nelle scarpe, mentre percorrevo le strade scure in sella alla mia bici, mentre mi chiudevo una porta alle spalle, pensando di aver sbagliato tutto, pensando, ingenuamente, che un mio gesto piccolo, sbadato, avrebbe potuto far collassare la mia realtà intera — questo specchio di eventi e facce e sguardi e forse le piccole attenzioni, il modo di ricordare la geografia delle cose, delle abitudini, iniziando a costruire un castello di sabbia dal nulla, in cui ogni granello conta qualcosa e allo stesso tempo non è fondamentale.
Oppure riguardo a cosa cambi la luce — cambia tutto — a cosa significa qualcosa di morbido, alla relatività del caldo, del tempo, a come rallentare infinitamente sia l’unico modo per rimanere persone e a come l’unico modo per fare spazio, sia di fare tempo, di rallentare fuori e dentro fino a non vedere altro che istanti immobili della nostra realtà.
Stamattina ho ripercorso una vecchia strada, mi sono ricordatə della vita che facevo anni fa, ho guardato il mio mondo ormai ribaltato con una nostalgia dolcissima, e sfrecciando per le vie deserte della pista ciclabile ho tirato fuori la lingua per sentire le gocce toccarla lievemente, come faccio sempre coi fiocchi di neve.