Ho preso la bici per fare solo cinquecento metri, un chilometro, forse — era una settimana che non montavo in sella.
La vita senza bici, per una settimana, era trascorsa lenta. Le distanze si erano dilatate, la città si era espansa sotto ai miei passi – il ritmo delle mie giornate, gli spazi tra gli eventi, erano mutati improvvisamente. Sorprendentemente, non me n’ero dispiaciutə. Dico sempre che non mi piace camminare ma la realtà è che preferisco andare in bici: sentire il mio sedere sul sellino, ancorare i piedi ai pedali, mantenere il torso in tensione, spostare il mio peso per andare in salita, scivolare dolcemente in discesa, frenare con convinzione, combattere il vento, sfrecciare sentendo il rumore delle gomme sulla strada bagnata.
Quei cinquecento metri, forse un chilometro, mi trasportano nel mio luogo sicuro, sulla mia isola felice. Si paragonano tante cose con l’andare in bicicletta, per dire che sono cose che non si possono dimenticare neanche volendo, movimenti che il nostro corpo serba in remoti antri e che sa ritirare fuori all’occorrenza. Sebbene io non abbia dimenticato come si vada in bicicletta, una volta di nuovo in sella, mi sono ricordatə di quanto fosse famigliare e sicuro quel luogo mobile, quanto mi mancassero tutti quei movimenti, e quanto desiderassi soltanto ampliarli con l’aria nei miei polmoni per raggiungere posti lontani con le mie gambe soltanto, ed un telaio leggero.
Quanto è strana questa nostalgia del corpo che diventa nostalgia dell’anima. Mi chiedo sempre quanto spazio ci sia nel cuore di una persona per amare cose nuove, quante cose vecchie si debbano lasciar andare, con dolore, per fare spazio — per dare alla vita un’altra possibilità di sorprenderci.