0427

a volte, piano,
sento un cambiamento lento
– la mia anima è un bocciolo chiuso
e fuori ormai è primavera.

in alcuni giorni d’ozio, fuori dai miei soliti spazi, ho sognato una vita diversa. ci è voluto coraggio – ci è voluta speranza – ma poi, una volta tornata nella mia casa, i miei sogni sono diventati opachi, di nuovo lontani, e io ho ricominciato a soffocare il silenzio. non so bene perché il silenzio mi metta tanta paura; è come se ogni volta dimenticassi che andarci non è poi così tragico, anzi, è più interessante che starvi lontana. ma poi in qualche modo mi serve anche questo essere occupata, questo riempire gli spazi fino ad esaurirli completamente, mi serve impedirmi di sognare anche sogni piccoli perché non so se nella mia vita ho mai imparato cosa farmene. le cose senza utilità mi mettono in soggezione, scaraventano il mio sistema di pensieri in un subbuglio di dubbi e contraddizioni. insomma, mi piacciono le cose in un ordine che, più ci penso, più mi accorgo che non è il mio.

qual è il mio ordine allora? questa distrazione forzata, questo imbecillimento? o la disciplina di un paio di pagine al giorno, meglio se al mattino, nella mia cucina silenziosa? fatico a rispondermi, a riacchiapparmi quando scivolo, anche se scivolare può essere altrettanto faticoso. forse abituarsi così tanto ad un luogo, ad uno stato, sono cose inevitabili, e mantenere l’anima in movimento è necessario per non appassire. forse, per stanchezza, nella ricerca di una casa, mi sono adagiata distrattamente in una forma che non mi corrisponde e dalla quale vorrei uscire. ma cosa vuol dire uscire e cercarsi una forma nuova?

mi distrae la rabbia che provo pensando che nessuno mi ha insegnato come fare queste cose, né il vocabolario delle emozioni, né il riconoscere i miei bisogni, tantomeno lottare per essi. eppure in qualche modo, qualcosa ne è uscito, forse a prova che non bisogna avere tutto per muoversi avanti nel tempo e nello spazio, e che a volte basta la forza d’inerzia. ma quando penso al movimento penso alla consapevolezza, e provo frustrazione all’idea di dovermi almeno questo: consapevolezza.

è difficile essere una persona onesta, compassionevole, trasparente, fare inversione di rotta, o perlomeno aggiustare il timone. ma poi mi dico spesso che questi sono sforzi più mentali che fisici – che lasciare le nostre forme è un atto di fede, ma anche di coraggio. che appunto: lasciare andare è la cosa verso la quale gravito (usando linguaggio paradossale) perché non so che altro fare, perché finora, nient’altro ha funzionato.

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